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Terra di pascolo, zona di latte. E dove c’è latte c’è buon formaggio, come quello prodotto in quel di Contessa Entellina, la “vastedda”, presidio slow food.
Bianca avorio la sua pasta, può essere consumata già 48 ore dopo la salagione. Si produce in forme da 1 kg.

Di bontà in bontà, si giunge al pecorino siciliano, formaggio rinomato fin dai tempi più antichi, che ancora oggi si lavora secondo la più severa tradizione e pertanto ha ottenuto il riconoscimento di prodotto tradizionale. Belmonte Mezzagno, Bisacquino, Chiusa Sclafani, Giuliana, Piana degli Albanesi, Palazzo Adriano, Prizzi e Santa Cristina Gela sono i comuni di maggior produzione. Il pecorino (se fresco prende il nome di “tuma” o “primosale”) è di colore bianco e si produce in “fascedde” da 1 a 12 kg di peso; può essere condito anche con grani di pepe, peperoncino o olive.

Anche il caciocavallo palermitano ha ottenuto il riconoscimento di prodotto tradizionale siciliano. Molto rinomato quello di Godrano. Nel ‘400, il caciocavallo era considerato moneta sonante, tanto che con i suoi “rotoli” si pagavano gli affitti. Oggi non si lavora più a “rotoli”, ma a parallelepipedi di 8/15 kg, anche se è sempre a pasta filata, di colore giallo paglerino e dall’odore piccante.

Altro prodotto della tradizione è il “padduni”, formaggio a  pasta cruda ottenuto dal latte di capra, che si presenta a forma sferica (da 300 gr. circa).

Non c’è un comune “specifico” in cui acquistarla, visto che nell’Alto Belice Corleonese è buona praticamente ovunque: parliamo della ricotta,  ingrediente fondamentale nella pasticceria siciliana: la cassata e i cannoli, per esempio, hanno nella crema di ricotta la loro componente essenziale.